Autismo e cause, approcci ed ipotesi (seminario)

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Seminario di Paola Venuti

Si parla di autismo, delle sue cause, sfatando allarmismi provocati dalla disinformazione.

Paola Venuti

Paola Venuti

Docenti di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento

In questo video di 60 minuti viene riprodotto il seminario online (del 2013) di Paola Venuti in cui si parla di autismo e delle ipotesi sulle sue cause.
Vengono fornite le informazioni fondamentali per la conoscenza dell’autismo, sulla base delle conoscenze attuali. L’argomento è di grande importanza perché le diagnosi di autismo sono in forte aumento, da quanto risulta dalle ricerche effettuate in molti paesi stranieri. In Italia non esistono dati epidemiologici sull’autismo. È importante conoscere i sintomi per una diagosi precoce. I sintomi sono molti e molto vari.

Non ci sono sicurezze sulle cause. I fattori sono genetici in parte. Si sta comunque arrivando a delle conclusioni. Si sa con una certa precisione quali sono le zone del cervello che vengono colpite e alterate.

Indice:

  • Aree del cervello interessate dall’autismo
  • Il cervello sociale
  • Astrazione
  • Funzioni complesse
  • Trattamento precoce
  • I vaccini possono essere una causa dell’autismo?
  • Si può diagnosticare l’autismo su un bambino di 13 anni?
  • Lavoro con autismo grave con adulti. Come gestire le emozioni in questi casi? farle anche scaricare?
  • Come si fa a lavorare precocemente se la diagnosi avviene tardi?

Aree del cervello interessate dall’autismo

Le aree maggiormente toccate sono tre. L’area che interessa le funzioni del linguaggio (in parte), del ragionamento astratto, dell’attenzione, della pianificazione, dell’associazione. Molti dei soggetti con autismo hanno compromessa quest’area. Le conseguenze delle compromissioni sono: la mancanza dell’attenzione condivisa, l’incapacità di trasferire l’attenzione dall’adulto all’oggetto e a dirigere l’attenzione sull’oggetto all’adulto (età di 14 – 15 mesi). È questo uno dei principali sintomi dell’autismo. Vi sono poi le difficoltà nel linguaggio. Linguaggio bizzarro, ecolalico, poco reciproco. In passato vi erano più casi di autismo senza linguaggio perché non si interveniva precocemente.

L’altra area toccata è il sistema limbico (la parte più antica dell’uomo) in cui ci sono l’amigdala e l’ipofisi che regolano i movimenti involontari, le espressioni facciali, l’emotività. È una delle prime zone del cervello che si forma (2°-3° mese di gestazione). I problemi in questa zona si riflettono nell’espressione emotiva, che è una delle difficoltà principali dei soggetti con autismo. Sono state fatte delle analisi sul pianto dei bambini che è regolato dal sistema limbico. Da un’analisi su questo aspetto, le onde acustiche prodotte sono più brevi, la modulazione è scarse e non ha le caratteristiche picco pausa picco pausa che ha il pianto di un bambino non autistico. La ricerca ha confrontato, poi, le sensazioni che provano genitori e non genitori (italiani e giapponesi) di fronte al pianto dei bambini autistici e non autistici e, sia con gli italiani che con i giapponesi, è risultato che il pianto appariva diverso. È stato studiato anche come viene recepito il pianto con la risonanza. Le aree del cervello attivate erano diverse. Si è attivata l’ipofisi che analizza le sensazioni di tipo negativo e che cerca di dare significato ai suoni: questo indica che il cervello di chi ascolta non riesce a dare un significato al suono che sente.

La terza area è l’area del cervelletto. Ci sono delle anomalie in questa area. Ci sono delle anomalie in aree che regolano la motricità, l’equilibrio la simmetria posturale e la regolazione e pianificazione delle azioni motorie. È stata, perciò, analizzata la postura dei bambini a 5, 13 e 20 mesi. Tendono ad avere una postura poco simmetrica. L’assenza di simmetria (anche i soggetti adulti), può essere attribuita ad alterazioni nel cervelletto.

Il cervello sociale

Vi sono problemi diversi nelle diverse aree a seconda dei soggetti, questo spiega perché ci siano così tante differenze tra i soggetti con autismo. L’area del cervello sociale è compromessa nei soggetti con autismo. Questa riguarda le connessioni tra le varie parti del cervello. La rete del cervello sociale comprende zone diverse coinvolte nell’elaborazione delle informazioni di natura sociale: guardare un volto umano, riconoscere le espressioni, guardare negli occhi la persona che parla, riconoscere gli stati emotivi, riconoscere i movimenti di tipo sociale (avvicinarsi, allontanarsi, prendere per il braccio, ecc.). Le aree interessate si trovano nei lobi temporali (di cui si è parlato prima), nell’amigdala (che si trova nella zona tronco encefalica) e nei lobi prefrontali. Le tre aree di cui si è detto prima hanno quindi altre strutture al loro interno e la loro connessione sembra essere danneggiata nei soggetti con autismo. È forse questa la compromissione maggiore nei soggetti con autismo.

Astrazione

Nei soggetti con autismo, non funzionando correttamente le connessioni, anche alcune funzioni cognitive risultano compromesse, come il passaggio dal concreto all’astratto, oppure una percezione basata più sui dati macroscopici reali, piuttosto che sui presupposti emotivi o astratti. Restano legati al dato concreto, al dato percettivo, immediato e fanno fatica a discostarsene. L’astrazione implicata diventa difficile, quindi, per un problema di connessioni. Si parla di soggetti che restano legati al dato percettivo reale, ma che sono capaci di fare calcoli matematici. Risulta per loro difficile partire dal dato e arrivare all’astratto. Abbiamo così il deficit della mentalizzazione, il deficit della teoria della mente, della capacità di “mettermi al posto di”. Sono tutte difficoltà che non sono dovute a dei danneggiamenti di aree specifiche, ma al funzionamento di aree cerebrali. È fondamentale lavorare precocemente su queste competenze, per attivare le connessioni attraverso l’esercizio e, quindi, ottenere buoni risultati sul piano comportamentale.

Funzioni complesse

Questo tipo di problematiche hanno delle ripercussioni sulle funzioni complesse, come quelle cognitive: di pianificazione, di flessibilità, di inibizione, memoria del lavoro, ecc.
Queste funzioni complesse negli autistici sono problematiche. È una generalizzazione e si basa su ricerche fatte su soggetti sui quali non è stato fatto un intervento precoce. Le funzioni esecutive generalmente sono complete nell’adolescenza. Quando studieremo i dati sui soggetti sui quali è stato fatto un trattamento precoce, forse ci saranno degli ottimi recuperi nelle loro funzioni esecutive e quindi si eviteranno una serie di problematiche relative a queste funzioni.

Trattamento precoce

È quindi molto importante intervenire molto precocemente. Si viene a creare, infatti, un circolo vizioso che, partendo da deficit neurologici, genera delle compromissioni che interessano la relazione, il modo in cui il soggetto mette in atto sistemi difensivi per gestire ansie e paure. Diventa un circolo perverso in cui si peggiora sempre di più. Questo è il motivo per cui è necessario lavorare con l’autismo molto precocemente. Altrimenti viene a compromettersi il sistema cognitivo, il sistema relazionale. Inoltre i soggetti, se non lo si fa, si distaccano sempre di più dalla realtà. Un lavoro precoce in cui è coinvolto anche l’ambiente che tiene conto delle difficoltà del neuro-sviluppo e risponde adeguatamente ad esse, permette, generalmente, di avere dei comportamenti molto più adeguati e di innescare un circolo virtuoso, piuttosto che un circolo vizioso.

Autismo come diversità del funzionamento della mente

Non bisogna considerare l’autismo come una patologia, come mancanza di qualcosa, ma piuttosto come qualcosa che funziona in modo diverso. Per questo motivo non siamo sempre in grado di capire i segnali del bambino. Spesso possiamo attribuire a ciò che osserviamo delle implicazioni, delle valenze, delle emozioni che non corrispondono a ciò che effettivamente il bambino prova.
Le difficoltà di familiari, insegnanti ed educatori risiedono proprio in questo: nell’attribuire correttamente quelle relazioni generali di causalità come facciamo con i bambini neurotipici. Facciamo degli esempi:
> Ti chiamo. Non ti giri.
> Allora parlo ancora più forte.
Questo è quello che si fa normalmente con un bambino con sviluppo tipico. Pensi che si giri perché non ti stia sentendo. Con un bambino con autismo, invece, questo può dipendere da una difficoltà di integrazione sensoriale o da una difficoltà di coordinamento, per cui gridare, alzare la voce non risolve il suo problema. Cosa dovremmo fare, invece? Ci dobbiamo muovere e andare davanti al bambino, toccarlo. In questo modo attiviamo i suoi comportamenti. Questo esempio è molto semplice, ma serve a far capire come sia importante spogliarsi dell’attribuzione immediata di significato (che attribuiremmo ad un comportamento di un bambino con sviluppo tipico) e cercare di tenere presente la diversità del bambino con autismo e il modo completamente diverso di funzionare che ha la sua mente. Parliamo, perciò, di autismo come diversità e non di una patologia che implichi delle mancanze.

Domande poste alla fine del seminario.

D: I vaccini possono essere una causa dell’autismo? Purtroppo Internet non aiuta, in molti siti consultati dalle persone comuni ci sono riferimenti a questo presunta correlazione.
R: Penso che abbia assolutamente ragione, Internet può diffondere disinformazione (bisognerebbe dare molta enfasi ai possibili effetti di questa diffusione di notizie senza supporto di fatti provati scientificamente, ndr). Ci sono accurate ricerche su queste ipotesi, sul numero di Nature di novembre 2012 c’erano alcuni dati di ricerche di questo ambito e ci sono anche altre ricerche fatte in Giappone e negli Stati Uniti in cui risulta chiaro che non c’è nessuna connessione tra vaccino e autismo. Perché molti genitori attribuiscono la causa al vaccino? Un po’ perché è molto più semplice. È difficile per un genitore pensare che il figlio ritenuto sano per tanto tempo, improvvisamente abbia un problema senza sapere neanche perché. Un po’ perché, siccome i primi segni dell’autismo si manifestano nel corso del secondo anno e il secondo anno è l’anno delle vaccinazioni, può succedere che il bambino abbia l’influenza e che passi dei giorni in cui abbia delle disfunzionalità: in genere la febbre comporta un po’ di nervosismo. Immediatamente dopo, si notano dei segni e si fa una connessione temporale che è completamente sbagliata. Siccome sulle vaccinazioni ci sono molti orientamenti sul fatto che siano dannose o meno, non voglio entrare in questa discussione anche perché, non essendo medico, faccio fatica a rispondere a questi argomenti. Essendo, però, una ricercatrice universitaria, credo che laddove le ricerche non hanno confermato una correlazione tra autismo e vaccinazioni, dobbiamo stare molto attenti a divulgare informazioni non supportate da prove scientifiche. Chiaramente le informazioni che provengono da Internet possono essere non attendibili. Il tam tam tra genitori molte volte è dannoso su questo punto.

D: Si può diagnosticare l’autismo su un bambino di 13 anni?
R: Certo. È un po’ tardi, ma si può fare. A volte soggetti con alto funzionamento o Asperger, bambini che hanno parlato, che sono intelligenti, non riescono a ricevere una diagnosi perché per molto tempo si è pensato che autismo vuol dire capire, essere escluso dal mondo, non parlare e cose del genere. Allora succede che si debbano diagnosticare ai ragazzi che hanno avuto nel corso degli anni tutta una serie di diagnosi (nevrosi, disturbi emotivi, comportamenti asociali).

D: Lavoro con autismo grave con adulti. Come gestire le emozioni in questi casi? farle anche scaricare?
R: Il problema con l’autismo adulto è attualmente molto complesso, perché sono soggetti che da bambini sono stati “maltrattati”, perché non era chiaro che fossero autistici e forse sono stati trattati come soggetti con un ritardo. Non c’è niente di meglio per fargliela venire davvero quella patologia. Se pensi che un soggetto non capisce, non gli parli in modo che lui capisca oppure parli di lui come se non capisse ed invece lui capisce. Per questo i soggetti con autismo adulti hanno una grande complessità emotiva e un gran numero di emotività negativa che scaricano anche con comportamenti autolesionistici. Non è facile trovare una soluzione. Implica una grande osservazione dei loro segnali di disagio e i loro segnali di piacere. Non bisogna pensare di non far niente con loro, ma non pensare neanche di poter fare miracoli che li portano ad avere una sovrastimolazione che non ce la fanno a reggere. Bisogna lasciare dei momenti di ‘scarico’ o, meglio, dei momenti di rilassamento, dei momenti in cui dobbiamo tollerare anche che ci siano dei momenti stereotipati o comportamenti di chiusura. Dobbiamo, però, evitare di imporre una stimolazione che può essere dannosa. Credo che l’obiettivo fondamentale sia quello di farli stare bene, contenti, nei contesti normali di vita, quanto più è possibile. Bisogna cercare delle attività che hanno un senso di qualcosa di finito, qualcosa per gli altri, che gli dia piacere, dalla passeggiata al costruire, ma osservando sempre il loro stato. Le stereotipie sono un grande rilevatore delle stato emotivo degli adulti con autismo. Aumentano notevolmente quando sono a disagio. Ognuno ha dei modo diverso di manifestare le emozioni, con stereotipie, dondolii, suoni, che ci possono far capire se stanno bene o stanno male.

D: Come si fa a lavorare precocemente se la diagnosi avviene tardi?
R: Se ci sono dei segni e non siamo sicuri della diagnosi, posso lavorare lo stesso. Posso non avere la diagnosi completa di autismo, ma se un bambino mi sembra che sia chiuso, che non sia contento di stare con i suoi coetanei, ci devo lavorare, perché comunque è un comportamento che alla lunga non andrà bene, anche se non sarà autistico. Bisogna, allora, togliersi la paura dell’autismo, togliersi la paura di andare a farsi vedere, perché se poi mi dicono che è autismo sto troppo male. Non bisogna neanche preoccuparsi di dire vado dallo psicologo, non vado dal neuropsichiatra. Bisogna andarci e sapere che se delle cose sono atipiche, non si stanno sviluppando come gli altri, non è male lavorarci. Viviamo in un altro mondo, in una società che è cambiata e trasformata, viviamo in una famiglia che sta cambiando in cui c’è bisogno di aiuto dei professionisti. Non dobbiamo aver paura di chiederlo. Molte volte non dobbiamo aver paura di pretenderlo, perché molte volte i genitori lo chiedono e gli si dice: “aspetta”. I genitori devono diventare capaci di dire non voglio più aspettare.

 

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